Salvatore Natoli
filosofo

«Anche nella sofferenza si è dimostrato contemplativo»

 

Molti intellettuali hanno dialogato, non solo a distanza, con il cardinal Martini. A pochi è capitato di essere citati esplicitamente. Il filosofo Salvatore Natoli è uno di questi. «Accadde nel 1995, all’interno della lettera pastorale Ripartiamo da Dio – ricorda –. C’era un riferimento al mio saggio sui “nuovi pagani”, una definizione che in quel contesto assumeva una connotazione di tipo libertario, come se la secolarizzazione giustificasse un vitalismo senza regole. Mi permisi di replicare, con un intervento apparso proprio su “Avvenire”, che per me il paganesimo andava inteso come riscoperta di un’etica della virtù. Il chiarimento fu immediato e molto franco, come sempre».

Non era la prima volta che si confrontava con Martini…

E non fu l’ultima. L’avevo conosciuto nel 1988, durante la preparazione della Cattedra dei non credenti sul senso del dolore. Gli avevo raccontato qualcosa della mia ricerca e di come, confrontandomi con la sofferenza, mi ero ritrovato in una situazione di stallo: la filosofia, che cerca di dare ragione di tutto, si misura con qualcosa di cui non si può dare ragione.

Per Martini, negli ultimi anni, la sofferenza non è stata solo un tema di riflessione…

Sono convinto che il cardinale abbia affrontato la malattia nelle forme tipiche dell’esperienza cristiana: dando testimonianza della dignità del soffrire, conservandosi lucido nel reggere la propria condizione e continuando a rapportarsi alle istanze del presente a partire, appunto, da quella stessa condizione. Tutto questo è radicalmente cristiano, anche se a un osservatore come me alcuni elementi paiono rimandare alla lezione dello stoicismo. Ma mi rendo conto che è problema di percezione: lo stoico si prefigge l’obiettivo di essere sempre all’altezza del momento che vive, per il cristiano è fondamentale la speranza, vissuta come abbandono a un’istanza superiore.

Una differenza decisiva, non trova?

Certo, e direi che in questo si rivela il tratto più caratteristico della figura di Martini, che è stato anzitutto un uomo di grande spiritualità. Il suo era lo stile degli Esercizi ignaziani, una dimensione contemplativa che porta a riconoscere la presenza di Dio all’interno dell’uomo e di praticare, di conseguenza, un distacco completo. Per Martini la contemplazione costituiva la matrice dell’azione, come ben dimostra la sua vicenda di pastore della Chiesa milanese. Il distacco non va confuso con il disinteresse. Nella tradizione mistica il distacco è superiore perfino all’umiltà, in cui è pur sempre possibile insuperbirsi. Al contrario, consegnarsi nelle mani di Dio mette nella condizione di fare quello che si deve fare, fino a quando non arriva il momento della scelta. Davanti alla quale, coerentemente, non la si sottrae. Anzi, la si accoglie come un compimento. Una prassi che, fra l’altro, veniva incontro con il carattere di Martini, dominato da una certa timidezza. Rifuggiva dal protagonismo e, quando accadeva che gli altri lo trascinassero al centro della scena, provava un sentimento genuino di imbarazzo.

Sta dicendo che una certa immagine pubblica non corrispondeva alla vera natura del cardinale?

Quello di Martini era un cristianesimo profetico, non ci sono dubbi. E la sua fede non temeva di misurarsi con gli esiti della secolarizzazione. Anche in questo, però, ad agire era il legame indissolubile con la Parola di Dio, che conferiva un’asciuttezza particolare al suo linguaggio. Non amava le formule peculiari della teologia, prediligeva le modalità della lectio divina, fondata sul semplice interrogarsi di quale significato abbia oggi, per me credente, un particolare brano della Bibbia. Una questione di sensibilità e di stile, ripeto, che tuttavia non ha mai comportato un dissidio con la tradizione della Chiesa. Al contrario, la dimensione del tradere, del tramandare, è stata sempre decisiva per lui. Con il distacco del contemplativo, si capisce. Ma senza alcuna ambiguità.

intervista di Alessandro Zaccuri,
Avvenire, 3 settembre 2012
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